venerdì 23 febbraio 2018

LA GRECIA DI TSIPRAS OGGI E I CREDULONI DI IERI

DOVE SIETE FINITI, CARI CREDULONI DELL'EUROPA DI TSIPRAS?
ESATTAMENTE QUELLO CHE BEN QUATTRO ANNI FA, ALCUNI, ME COMPRESO, VI DICEVANO SAREBBE SUCCESSO SE FOSSE STATO ELETTO...

LA GRECIA STA IN UE, HA L'€, E GUARDATE COME LA UE STESSA CON LA BCE LA STA RIDUCENDO, POI IN ITALIA QUELLA CRIMINALE, TURBO-LIBERISTA, E AMICA DI SOROS DELLA BONINO FA UNA LISTA CHIAMANDOLA +EUROPA.
UNA VERGOGNA SENZA FINE...

martedì 20 febbraio 2018

LE VERE DESTRA E SINISTRA DELLE ELEZIONI 2018

Sempre più grande è la confusione sul posizionamento delle forze politiche nello spazio parlamentare della destra e della sinistra.
La difficoltà nel comprendere, identificarsi e posizionarsi in un'area è ormai ampiamente sentita, già Gaber, icona rivendicata da tutti, nel 1994 aveva istrionicamente manifestato il problema.

Con le elezioni alle porte propongo un criterio di analisi per inquadrare le attuali forze politiche nel tradizionale contesto istituzionale di destra-centro-sinistra, compito molto arduo per le notevoli complessità dello scenario politico mondiale, europeo, italiano.

Il criterio, dunque, non può essere esaustivo, né pretende di esserlo, è poco più di una mera rappresentazione grafica che però stimola interessanti riflessioni.

Attribuiamo genericamente alla sinistra quella storica difesa dei lavoratori, dei cittadini dei diritti sociali sanciti dalla Costituzione italiana.
Attribuiamo alla destra quella tutela del capitale tipica delle forze conservatrici.
Identifichiamo l'area di centro come quella che genericamente tenta di mediare le istanze dei lavoratori e dei detentori del capitale.

Nel ragionamento non possiamo non tenere conto dello status quo italiano.
Nell'aderire alla UE e all'€uro-zona, sottolineo che ci siamo privati delle leve di politica economica come quella valutaria, monetaria e fiscale.
Ciò si è concretizzato in una continua cessione di sovranità ad Enti sovranazionali che ci impongono la tabella politica da perseguire, il famoso "vincolo esterno" che imposta il "pilota automatico".
Cessione di sovranità che è peraltro incostituzionale, secondo l'art.11 della Costituzione stessa che consente solo "...in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni...".
Siamo sicuramente in una condizione per la quale tutte le decisioni politico-economiche vengono prese altrove, non in Italia.
Non è difficile capire che siamo in momento storico in cui lo stesso concetto di Stato democratico con Costituzione di stampo keynesiano è sotto attacco da una élite internazionale globalista e ultraliberista.
Eppure la quasi totalità degli schieramenti politici sono garantisti nei confronti di questo potere sovranazionale, addirittura il Presidente del Consiglio uscente si affanna ad andare in Germania per garantire futura stabilità del Governo italiano su posizioni europeiste, come se già sapesse come andranno le elezioni....e forse lo sa...
Per non parlare poi della Bonino, la politica italiana che bacia e abbraccia Soros, che addirittura nel programma del "più Europa" prevede de facto il ripudio della Costituzione promuovendo gli Stati Uniti d'Europa, un atto sovversivo dell'ordinamento giuridico italiano, o di quel che ne rimane a questo punto.
Altro fondamentale presupposto è che, nonostante i media spingano su una rinascita del fascismo, esso palesemente non esiste, così come è palesemente strumentale l'antifascismo, per menti deboli che abboccano, che in assenza di fascismo serve a distogliere l'attenzione dalla vera contesa in atto: la democrazia costituzionale contro il liberismo in tutte le sue forme, oggi ampiamente applicato dal regime UE, totalitario e antidemocratico, e non lo dico io, ce lo hanno detto loro, gli artefici di questo cancro, cancro per i più ovviamente, e delizia per pochi illuminati.

Applicando i criteri appena elencati, questa è la mappa che mi viene fuori:


Lo so, lo so, qualcuno sobbalza dalla sedia, qualche altro sorride beffardo.....vedere Casapound vicino al Partito Comunista sembra un folle corto-circuito.
Come è possibile che i due partiti agli antipodi nell'ideologia siano così vicini in questa rappresentazione?
Il punto è, chi è il nemico?
Sia Rizzo che Di Stefano vedono nel turbo-liberismo finanziario il nemico e, a modo loro, secondo i propri principi ispiratori, si ergono a difensori dei lavoratori, dei cittadini italiani.
Ecco un estratto del programma del Partito Comunista:
"...uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dalla Unione Monetaria Europea (sistema dell’euro), ripristino della sovranità politica e economica (commerciale e monetaria) al fine di sviluppare tutte le potenzialità di sviluppo del nostro paese, per non sprofondare ulteriormente nell'indebitamento e nella recessione;..."
Ecco un estratto del programma di Casapound:
"... Abbandonare il vecchio Euro per una nuova moneta sovrana italiana funzionale alla nostra 
economia ed ai nostri interessi nazionali. Uscita dell’Italia dalla Unione Europea e dai suoi 
folli vincoli che soffocano le nostre libertà..."
Convergenza totale degli obiettivi, posti da ambedue gli schieramenti come conditio sine qua non, trovo inevitabile in questa rappresentazione la loro vicinanza e la loro opposta posizione al mondo liberista.

Due righe sul PD e sulle tre liste civetta a latere. Dopo avere fallito nella totalità degli intenti di buona parte dei suoi elettori, e dopo aver diligentemente applicato la tabella europea delle riforme in cinque anni in cui è stato al governo, ora raccoglierà i cocci. Tra i "grandi" partiti è palesemente quello più a destra, questa una sua non esaustiva ma condivisibile e breve analisi storica.
A destra anche Rifondazione che addirittura nel simbolo mette "sinistra europea", dovesse accadere che qualcuno dovesse confonderli con quei populisti del Partito Comunista di Rizzo...

Non sarà sfuggito il M5S a destra. La sua controversa posizione dipende dallo scollamento di quanto sostenuto nel programma e quanto viene fatto. La proposta di un reddito di cittadinanza palesemente di matrice liberista, il tentativo nel Parlamento europeo di entrare nel gruppo super liberal-europeista dell'ALDE, che gli chiude la porta in faccia, sono in contrapposizione con quanto scritto nel programma, addirittura il testo dell'accordo con l'ALDE in 4 punti evidenza come l'UE sia "non il problema" ma "la soluzione" alle sfide della globalizzazione e conferma alcuni pilastri fondamentali del'Unione, tra cui l'euro e il mercato unico. La sua posizione non può essere che a destra nella mia rappresentazione, vista anche la probabile intesa post-elettorale con il PD, che va avanti tra conferme e smentite... quindi ci proveranno (Napolitano regista).

Rimane da commentare la posizione delle componenti dell'alleanza di centrodestra.
Berlusconi nicchia, uno sguardo al portafogli e un altro al potere, la Lega non ha i numeri per correre da sola e si deve alleare per forza, Fratelli d'Italia idem.
Molto più vicini Lega e FdI che condividono il ritorno alla attuazione della Costituzione e tutto ciò che ne consegue (recupero sovranità politico-economica), in maniera piena da FdI e con accezione federalista dalla Lega.
Noi con l'Italia è un partito civetta di FI che spinge lo schieramento un po' verso la destra.
Questo il programma condiviso dalle quattro forze politiche per il quale il relativo baricentro di centro sinistra, nella mia rappresentazione, mi sembra il più appropriato.

Ribadendo l'invito al voto, perché il non voto è l'accettazione di una schiavitù, forse rappresentando lo scenario politico come appena mostrato può rendere la scelta più consapevole.

Speriamo bene.

martedì 6 febbraio 2018

Elezioni politiche 2018: chi votare, è la domanda giusta?

Tra poco meno di quattro settimane si andrà alle urne, nel frattempo, come credo sia accaduto a molti, ho avuto modo di discutere anche animosamente in merito a quale schieramento sia meglio sostenere, quale personaggio politico sia più affidabile, etc. etc.
«Eh, io son fumino, se 'un le dico mi sento male!» diceva un grande ma sottovalutato attore, e io come lui son fumino…
In tutti i miei interlocutori, amici e non, ho trovato i soliti luoghi comuni, quelli che si sentono in TV e sui social a reti unificate: quello è di destra, l’altro è un evasore, questi sono inaffidabili, gli altri sono venduti, questo è un politico professionista, quest’altro è un razzista delinquente, siamo noi italiani il problema…..e quindi: quest’anno non voto, continuo a non votare, voto sempre gli stessi perché io sono fedele, voto i più onesti, voto i meno peggio, io sono di sinistra ma questa volta voto a destra, io sono di destra ma questa volta mi butto a sinistra, chiedo al Presidente o al Segretario del Seggio di mettere a verbale la mia dichiarazione d’intenti, dove scriverò: “Io non voto perché non mi sento rappresentato da nessuno”,  ah se tutti facessero come me…
Per carità rispetto tutti, belli e brutti, ma non sono d’accordo con nessuno, o quasi…
Tutti si pongono e tentano di rispondere alla stessa domanda:
"Per chi votare?"
Siamo sicuri che sia la domanda giusta?
Per me no, ovviamente…
È come domandarsi, ad esempio, a chi affidare la fascia di capitano della propria squadra quando non si ha un numero di giocatori sufficiente per poter giocare.
In questo caso una domanda più pertinente sarebbe: riesco a rimediare qualche altro giocatore?
Poi in fase di analisi ci si potrebbe magari interrogare sul perché non si ha a disposizione un numero di giocatori sufficiente… esempio banale, lo so, ma occorre rimanere semplici…

Dopo anni di crisi economica, con povertà, disuguaglianza, disoccupazione, precarietà, immigrazione incontrollata in aumento, diritti costituzionali per una vita dignitosa calpestati in nome di un rigore al rispetto di strani numeri decisi altrove (che altri Stati non rispettano)…..ci sarà qualcuno a cui viene da domandarsi:

"Chi è il nostro nemico?"

domande a corollario, chi è che:
vuole la sanità privata? ci vuole in pensione a settanta anni? vuole il lavoro precario? vuole la scuola secondaria di quattro anni? vuole più immigrazione? pretende sempre e ad ogni costo la libera circolazione del capitale? dice per legge cosa bisogna mangiare? decide cosa puoi e cosa non puoi coltivare o pescare? vuole il mondo globalizzato a ogni costo? vuole lo Stato subalterno al mercato? azzera i risparmi per legge?….etc. etc.

Già, chi è?

Un “illuminato” intellettuale oltre settanta anni fa diceva:
«Il controllo economico non è il semplice controllo di un settore della vita umana che possa essere separato dal resto; è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini. E chiunque abbia il controllo dei mezzi deve anche determinare quali fini debbano essere alimentati, quali valori vadano stimati […] in breve, ciò che gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affannarsi».
(Friedrich von Hayek da "Verso la schiavitù", 1944).

È esattamente ciò che hanno fatto e stanno facendo, ma chi?

I politici italiani? No, al più sono camerieri…
I politici europei? Ni, ne sono una espressione lobbistica (chiamasi UE)…

Vuoi vedere che c’è un ristretto numero di super ricchi e di multinazionali che si stanno spartendo il mondo e che impongono le loro “regole democratiche di economia sociale di mercato”? 

La parola sociale tra economia e mercato è un’invenzione per rendere ingannevolmente accettabile un regime economico che altrimenti sarebbe stato rifiutato a priori dalla moltitudine, cioè il liberismo.

Ecco, questo è il nemico, il liberismo (e chi lo sostiene), d'altronde esso è l’ideologia che declina la libertà individuale nell'egoismo.

Questa è la mia risposta.

Questo il mio umile consiglio.

Fatevi la domanda giusta, cercate bene una risposta plausibile e supportata da verità fattuali, confrontate i contenuti della vostra risposta con i programmi elettorali delle forze politiche, votate quella che si avvicina di più.

Si può sbagliare, certo, tuttavia non votando lo sbaglio diventa peccato.

Monti, il cameriere dell’austerità concepita altrove, in occasione del divorzio tra la politica e la Banca d’Italia disse che ci sono:”valori che saranno meglio tutelati, se affidati a qualcuno che può permetterselo trovandosi al riparo dal processo elettorale”.

Essi dunque ambiscono a governare ciò che gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affannarsi, al riparo del processo elettorale.

Uno pensa di non votare come atto di libertà e invece si riduce a un atto di schiavitù, oggi più che mai.

lunedì 22 gennaio 2018

Orizzonte48: PUNTO-NAVE E ROTTA EFFETTIVA: IL MISTERO DI PULCINELLA DELLA DOPPIA VERITA' (NAKED VOTE)

Alle porte dell'elezioni del prossimo 4 marzo, Orizzonte48 fa' il punto della situazione delle reali scelte di politica economica fatte in Italia nell'ultimo secolo al fine di individuare, come fanno i marinai sulle carte nautiche, la vera rotta intrapresa. Futuro sempre più fosco e grigio per le masse lavoratrici...



1. Nell'approssimarsi di queste elezioni, forse decisive o, più probabilmente, momento estremo di una (finora) successful strategia conservativa, facciamo il punto-nave della società italiana, intesa come Stato-comunità, che si muove sulla traiettoria impressa dalle intenzioni della classe dirigente, sempre meno nazionale, che detiene il potere effettivo di governo.
Per definire tale punto-nave occorrono alcuni "punti di posizione", correlati a dei "punti cospicui", la cui esatta stima combinata ci fornisce la rotta effettiva (diversa, in quanto corretta in funzione della traiettoria effettivamente percorsa, rispetto alla rotta teorica, inizialmente dichiarata, e tanto più diversa in quanto la navigazione venga intrapresa trascurando, con negligenza o intenzionalmente, una serie di forze che influiscono fisicamente sul moto o sugli strumenti di sua rilevazione).

2. Appare possibile compiere un'operazione analogica di questo tipo rispetto ad un'intera società nazionale, nel cui interesse esclusivo dovrebbero agire i titolari delle istituzioni, secondo un solenne impegno previsto dalla Costituzione, all'art.54; una Nazione che, a tutt'oggi, risulterebbe ancora "entificata" in quella che un tempo poteva essere chiamata, (senza subire accuse di collettivismo - nazionalismo guerrafondaio - protezionismo- anti€uropeismo e via dicendo), Repubblica democratica fondata sul lavoro.
E spero di non avere dato luogo a notizie scioccanti qualificabili come fakenews.

3. Per definire il punto-nave, quindi abbiamo punti-cospicui e punti di posizione in abbondanza, costituiti da fatti storici noti e univocamente riscontrabili e da interpretazioni e precetti programmatici che li giustificano e li preparano in modo dichiarato.
Sappiamo, ad esempio, che il principale di questi "punti" consiste nell'intenzione restaurativa dell'ordine internazionale del mercato, perseguita attraverso una serie di trattati caratterizzati dal perseguimento dell'interesse economico, privato, del numero ristretto di individui "cosmopoliti" che sono titolari della proprietà e dei poteri gestionali che definiscono, momento per momento, il fenomeno sociologico, transnazionale, denominato "mercato",come ci insegna Galbraith, e che, appunto, tali trattati intendono massimizzare. 
Il più immediatamente vincolante è il trattato istitutivo dell'unione economica e monetaria europea, che, a sua volta, è dichiaratamente volto (nelle dichiarazioni dei suoi sostenitori) araccogliere la sfida della globalizzazione, anch'essa rigorosamente istituzionalizzata in un insieme coordinato di trattati e di soft law dettato da organizzazioni internazionali.

4. E perché lo sappiamo?
Perché lo affermano solennemente i suoi stessi promotori, all'interno di norme fondamentali e di analisi teoriche comunque interpretative di principi informatori di tali trattati e organizzazioni internazionali.
L'idea-guida, cioè l'obiettivo politico assunto a livello sovranazionale dalle elites cosmpolite che predeterminano, prima ancora dell'azione formale dei negoziatori investiti dai singoli Stati  (operanti quindi, in una fase attuativa che già si colloca "a valle" della predeterminazione di tale obiettivo), è la restaurazione dell'ordine internazionale del mercato, quale definita da Karl Polany (qui, p.4). 
Una restaurazione che, proprio in quanto tale, trova il suo modello istituzionale di riferimento nella "codificazione" compiuta nelle due famose Conferenze di Bruxelles (1920) e Genova(1922).
(Per inciso: i links sono indispensabili per coloro che, non hanno avuto modo di seguire le precedenti analisi).

5. L'ordine internazionale del mercato si incentra su tre "istituzioni" (qui, p.1.2.), intese come fatti normativi, come regole, che caratterizzano sopra ogni altra l'organizzazione strutturale del potere decisionale e gli obiettivi di quest'ultimo (la c.d. governance), nonchè gli strumenti stabili di loro perseguimento:

a) il gold standard o una moneta che, nei suoi effetti socio-politici conformativi, gli equivalga(funzionalità isomorfa), accompagnandosi al suo postulato-corollario della banca centrale indipendente dagli organi rappresentativi dell'indirizzo elettorale democratico, cioè "al riparo dal processo elettorale". Uno strumento istituzionale che, come illustrano Carli e Eichengreen nel post appena linkato, tende irresistibilmente a gerarchizzare la società che l'adotta in un'oligarchia timocratica dominante e in una massa, subalterna, di lavoratori-merce;

a) il free-trade, inteso come apertura normativizzata delle economie al fine di assoggettarle incondizionatamente al principio dei vantaggi comparati (qui, p.2), e quindi ai suoi effetti gerarchizzanti e verticistici rispetto alla pluralità delle comunità nazionali degli Stati coinvolti. Un paradigma pretesamente pacifista (che in realtà non lo è mai stato, né politicamente né militarmente, cfr; pp.7-8), in contrapposizione concettualmente arbitraria al "protezionismo" che, in chiave storico-economico, è un concetto unificabile solo arbitrariamente, in quanto riassuntivo di condizioni politiche e finalità di sviluppo industriale molto diverse tra loro;

c) la flessibilità del mercato del lavoro che, intrecciandosi con le due precedenti "istituzioni" in una situazione di economie istituzionalmente aperte, risulta anch'esso produttiva di gerarchizzazione sia sociale (cioè tra classi sociali interne ad una stessa comunità nazionale) che internazionale (cioè tra Stati, che come possono imporre la propria scelta delle produzioni a più alto valore aggiunto in base ai "vantaggi comparati", così possono anche scegliere di impiegare la manodopera più qualificata, resa flessibile e mobile, attingendola all'interno dell'intera area plurinazionale di libero scambio indipendentemente dalla sua provenienza da un altro Stato-ordinamento in cui tale manodopera si sia formata).

6. E la democrazia, diranno alcuni, in tutto ciò? E la promozione della redistribuzione della ricchezza prodotta e la connessa mobilità sociale?
Non sono in agenda: la rotta effettiva sconta tali fenomeni tatticamente, quanto al punto di partenza, promettendosi aumento del benessere economico e della qualità di vita, e proponendo così un modello di proiezione identificativa delle masse negli interessi delle elites, ma la destinazione è tutt'altra (la censura su questo "punto zero" della rotta e il conseguente "paradosso €uropeo", a onor del vero, pur tra mille difficoltà iniziano ad essere pericolosamente chiari alle masse dei "perdenti della globalizzazione"). 

7. La promessa, liberoscambista e globalizzatrice, di maggior benessere è una nota prospettiva immaginaria (mai verificatasi nella Storia economica, abbiamo visto), mentre il suo fine, la meta d'approdo, è, appunto, quella della restaurazione dell'ordine internazionale del mercato, cioè, per il tramite delle sue istituzioni gerarchizzanti, il dominio di un'elite timocratica. 
Si conferma dunque che l'operazione restauratrice, com'è in fondo evidente sapendo che il suo paradigma è stato codificato (pur tra alterne fortune, tra cui si annovera, se non altro, la crisi del 1929), nel 1920-1922, è pura riproposizione della democrazia liberale, - quella cheGramsci definisce come caratterizzata da una legalità formale che dissimula il dominio ferreo, sul processo elettorale, del capitalismo sfrenato

8. La sua efficacia politica non può dunque avere altro fondamento che l'uso sistematico, e abilmente dissimulato, mediante il notorio controllo culturale, accademico e mediatico, della dottrina della doppia verità, che tra Schmitt, Hayek e paradosso europeista, si compendia anche, e non secondariamente, in una tecnica normativa:
"In effetti, la partecipazione al colpo di stato cileno del 1973 da parte di numerosi membri e affiliati alla Mont Pèlerin Society, di cui von Hayek fu uno dei fondatori, è una delle manifestazioni più note della dottrina neoliberista della doppia verità, secondo la quale ad una élite si insegna la necessità di reprimere la democrazia (concetto proveniente da Carl Schmitt, da von Hayek stesso definito “il giurista della Corona” di Hitler), mentre alle masse si racconta di “smantellare lo stato-balia” ed essere “liberi di scegliere”.  Come spiega Mirowski (p. 445):
Milton Friedman impiega buona parte della propria autobiografia a tentare di giustificare e spiegare le sue azioni; in seguito, anche Hayek fu pesantemente criticato per il suo ruolo.  “Fu soltanto una sfortunata serie di eventi eccezionali”, dissero, “non era colpa nostra”.  Ma Carl Schmitt ha sostenuto che la sovranità è definita come la capacità di determinare le eccezioni alla legge: “Sovrano è chi decide lo stato di emergenza”.  Il dispiegamento della dottrina della doppia verità in Cile ha mostrato che i neoliberisti si erano arrogati la sovranità per loro stessi".
b) la tecnica redazionale dei trattati, la cui riduzione al significato precettivo effettivo è resa intenzionalmente impenetrabile ai destinatari (cioè i trattati sono scritti in modo illeggibile, cioè tale da risultare incomprensibili, come ci ha spiegato Amato, insieme a tanti altri, in una famosa intervista del 12 luglio 2007):
D'altronde, l'adattabilità del liberismo economico in funzione del contestogeostorico ha dimostrato, anche nella storia contemporanea, di usare strumentalmente lo Stato come Leviatano, funzionalmente alla libertà del capitale e al contestuale asservimento del lavoro: dal neoliberismo imposto con la violenza nel Cile di Pinochetall'ordoliberismo che, insieme alla retorica dell'irenismo kantiano del federalismo, è stato progettato per servirsi di un autoritario Stato burocratizzato volto all'instaurazione di un mercato libero da finalità sociali.[7]


Dato il disgusto morale (o, forse, “estetico”) per le sovrastrutture ideologiche promosse dal nazifascismo, pare che a Friburgo l'élite abbia studiato una soluzione diversa e più correct; ma i fini sono strutturalmente i medesimi: la liberalizzazione dei capitali con ogni mezzo e l'asservimento dei lavoratori.


Le proposizioni nell'ordoliberismo sono usate come fossero complementari – ad es. “libero mercato” e “giustizia sociale”, “stabilità monetaria” e “piena occupazione”[8] – mentre, per motivi strutturali, qualsiasi sovrastruttura giuridica non potrà obbligare gli organi di governo ad eseguire entrambi gli obiettivi, essendo per motivi “tecnici” mutuamente esclusivi. Poiché il capitale è naturalmente più forte del lavoro, la spoliticizzazione del governo delle comunità sociali permette di relativizzare l'ordine giuridico in funzione degli interessi del capitale del Paese dominante.

giovedì 18 gennaio 2018

L'ingerenza di Moscovici...altro che quella moscovita


Le dichiarazioni del commissario Moscovici allarmato dal "rischio politico" per eventuali esiti delle elezioni politiche italiane del prossimo marzo.
Qualche giorno fa era stata inventata l'ingerenza moscovita da un esponente (Ben Cardin) del partito democratico USA...
Quella di Moscovici è l'ennesima ingerenza che pochi hanno capito e criticato, ancora una volta nemmeno un giornalista, un giornale, un giornalino.

La risposta di Alberto Bagnai:





venerdì 12 gennaio 2018

Mattè 'o schiattapalle e Giggino 'o libberista

Poesia elettorale liberamente ispirata a “Marzo” di Salvatore Di Giacomo

4 marzo: nu poco chiove
e n'ato ppoco stracqua
torna a chiòvere, schiove;
ride 'o sole cu ll'acqua.

Mo nu cielo celeste,
mo n'aria cupa e nera,
mo d' 'o vierno 'e 'tempeste,
mo n'aria 'e Primmavera.

N'auciello freddigliuso
aspetta ch'esce o sole,
ncopp' 'o tterreno nfuso
suspirano 'e viole...

Mattè, che vuò cchiù?
Ntienneme, core mio,
Marzo, tu 'o ssaje, si' tu,
e st'auciello song' io.


Giggino tuo



PS: eh si, quando molto probabilmente M5S e PD si alleeranno, che diranno i grillettini?

domenica 7 gennaio 2018

L’inefficienza di una banca centrale indipendente

da asimmetrie.org (link aggiunti da Menti Avide):

Le politiche di stimolo della domanda del secondo dopoguerra avevano portato a una crescita senza precedenti nel mondo occidentale, a una forte riduzione delle disuguaglianze, e a un aumento importante degli scambi commerciali. La crisi petrolifera dei primi anni settanta segnò un punto di svolta: a uno shock dal lato dell’offerta (impennata del prezzo delle materie prime) si rispose con un ulteriore stimolo della domanda, del resto si era “tutti keynesiani” in quel periodo. L’ovvia conseguenza fu una pressione sul livello dei prezzi; l’alta inflazione generalizzata fu l’occasione propizia per la contro-rivoluzione neo-liberista, che anziché correggere l’errore di politica macroeconomica commesso in quel frangente, promosse un rovesciamento radicale del sistema di governo dell’economia.

Al pragmatismo economico del secondo dopo guerra si sostituì l’ortodossia monetarista. Le politiche di stimolo della domanda dovevano essere bandite, indipendentemente dal contesto congiunturale. La politica di bilancio dei governi doveva essere disciplinata dal mercato, spezzando il coordinamento con la politica monetaria; ancora meglio se quest’ultima fosse stata ulteriormente limitata dal vincolo esterno di un’unione monetaria. L’inflazione, tradizionale spauracchio del capitale, venne invece presentata come il peggior nemico del lavoratore, del piccolo imprenditore, del pensionato.

Il caposaldo di questo nuovo approccio divenne l’indipendenza della banca centrale: la condotta autonoma della politica monetaria, assolutamente avulsa dalla politica e dal processo elettorale (cioè dal controllo democratico), poteva finalmente limitare la condotta della politica di bilancio del governo, che quindi doveva da allora in poi sottostare alla disciplina dei mercati privati per farsi finanziare. Le nuove banche centrali indipendenti assunsero come mandato la stabilità dei prezzi, cioè la riduzione dell’inflazione, a scapito della piena occupazione.

Il dogma dell’indipendenza della banca centrale venne accettato in Italia senza mai essere davvero discusso, fu presentato come una ineluttabile necessità alla quale molti, con grande zelo, credettero, e pochi, tacciati un po’ di arretratezza e un po’ di disonestà, no. Negli anni settanta il PCI sposò immediatamente la dottrina dell’indipendenza della banca centrale, come strumento per disciplinare la condotta della politica fiscale dei governi e perseguire con maggior forza la lotta all’inflazione. Sarà un compito interessante per gli storici cercare di capire se i dirigenti comunisti fossero consapevoli del fatto che così facendo stavano sposando in pieno i due cardini del pensiero neo-liberista, che in quegli anni si diffondeva negli Stati Uniti e che poi avrebbe portato al Washington Consensus.

Nel mondo anglosassone, culla del capitalismo, tale dogma fu almeno discusso prima di essere accettato, evidenziando i rischi a cui ci si esponeva. Il risultato fu che la separazione fra politica monetaria e di bilancio, fra banche centrali e governi, divenne più radicale nei paesi europei che in quelli anglosassoni. In Europa continentale si adottò il modello della Bundesbank tedesca, anzi si scelse di legare a questa le altre banche centrali, prima in un accordo di cambi fissi (lo SME) e poi nell’unione monetaria.

L’unione monetaria europea nacque all’interno del sistema più restrittivo e conservatore mai realizzato, disegnato a Maastricht, in cui alla politica monetaria rimaneva come unico obiettivo il controllo dell’inflazione, mentre nei paesi anglosassoni continuava a esserci anche quello della piena occupazione e della crescita. Alla nuova banca centrale comune veniva fatto esplicito divieto di cooperare e supportare la politica di bilancio dei governi, indipendentemente dal contesto macroeconomico, garantendo tale divieto con norme di livello costituzionale.

La rigidità e l’inadeguatezza di questo sistema si è rivelata in tutta la sua drammaticità a seguito della recente crisi finanziaria: in tutto il mondo ha prevalso il pragmatismo e il dogma dell’indipendenza della banca centrale è stato di fatto archiviato, la cooperazione fra autorità monetarie e di bilancio ha permesso di superare la crisi; nella zona euro invece la netta separazione fra politica monetaria e politiche di bilancio ha impedito una risposta coerente ed efficace.

Le politiche restrittive adottate fra il 2010 e 2012, periodo in cui invece sarebbero servite politiche espansive, hanno provocato una seconda e più lunga recessione mentre il resto del mondo riprendeva il suo cammino di crescita. Solo quando la tensione sociale ed economica è divenuta tale da mettere a rischio il progetto politico dell’euro, la politica monetaria ha iniziato a stimolare l’economia prima con l’abbassamento dei tassi d’interesse, poi fornendo un trilione di liquidità alle banche private, e in fine immettendo due trilioni di liquidità comprando titoli di stato.

Le politiche di bilancio però hanno continuato a remare contro, adottando una posizione restrittiva, sottraendo risorse all’economia. I governi sono stati costretti a ridurre il deficit in un periodo in cui il moltiplicatore della spesa pubblica era invece positivo: in altre parole, spendendo un euro lo Stato ne avrebbe generato più di uno, spesso due, con conseguente aumento delle entrate, e quindi anche una riduzione del rapporto debito/PIL a medio termine. Tale politica di bilancio restrittiva ha annullato alcuni dei benefici potenziali della politica monetaria espansiva.

Come se ciò non bastasse, la terza gamba delle politiche macroeconomiche, la politica strutturale o dei redditi, ha realizzato negli stessi anni la più profonda e prolungata compressione dei redditi, quindi della domanda aggregata, mai realizzata dal dopoguerra: la serie più lunga di riforme strutturali del mercato del lavoro ha lasciato il potere d’acquisto dei lavoratori in uno stato languente, riducendo ulteriormente l’efficacia dell’espansione monetaria.

Due anni fa Mario Draghi si è accorto che la politica di bilancio restrittiva dei governi che cercavano di ridurre la spesa pubblica contrastava la sua politica monetaria espansiva. Oggi lo stesso presidente della BCE si accorge che anche una politica dei redditi che comprime i salari, cioè le riforme strutturali che hanno distrutto il potere d’acquisto dei lavoratori, ostacola la condotta della sua politica monetaria, che per altro più espansiva di così non potrebbe essere.

Non a caso, le proposte (o le illusioni) sul futuro della zona euro si centrano sull’urgenza di creare un bilancio della zona euro che possa agire di concerto con la BCE e sul bisogno di coordinare le politiche strutturali, fra di loro e con le altre politiche macroeconomiche. Il sistema macroeconomico europeo costruito sulla base del dogma dell’indipendenza della banca centrale mostra tutte le sue crepe, si sta cercando di correggerlo in tutti i modi prima che crolli a pezzi, ma non si ha il coraggio di denunciare esplicitamente l’origine del problema.

È interessante notare come la ragione principale per creare un bilancio della zona euro sia avere un Tesoro europeo che possa agire di concerto con la BCE, in pratica quello che l’adozione dell’euro ha reso impossibile nei singoli stati e che tutto il resto del mondo invece continua a fare. Chi oggi sostiene l’urgenza di un bilancio della zona euro ammette implicitamente che togliere ai governi il potere di gestire e stabilizzare l’economia è stato un errore.

Il “divorzio” fra politica monetaria condotta da una banca centrale indipendente e politiche di bilancio e strutturali condotte dai governi, un tempo presentato come dogma ineluttabile per il progresso economico, oggi si rivela oltre che profondamente antidemocratico, anche molto inefficiente e costoso. Gli stessi che sostennero la necessità di quel “divorzio” oggi chiedono urgentemente nuove istituzioni europee per ricostruire il “matrimonio” fra le politiche macroeconomiche.

Se non fosse anche tragico, sarebbe piuttosto comico.

Agenor