sabato 29 marzo 2014

DE INFLATIO ET MONETAE

L’inflazione è l’aumento generale del livello dei prezzi, il suo contrario, cioè la diminuzione generale dei prezzi si chiama deflazione.
Milton Friedman sosteneva: ” Inflation is always and everywhere a monetary phenomenon in the sense that it cannot occur without a more rapid increase in the quantity of money than in output.”
Dunque l’inflazione, secondo M. Friedman, è sempre e comunque un fenomeno monetario che non si verificherebbe mai senza un rapido incremento della massa monetaria in circolazione.
Secondo la Teoria Quantitativa della Moneta (TQM) quindi, se la banca centrale stampa troppa moneta questa offerta può superare il corrispettivo valore dei beni reali da essa rappresentati.
In tal caso i prezzi saliranno, cioè avremo inflazione.
La base teorica di questa affermazione è una particolare interpretazione della seguente identità, detta equazione degli scambi di Fisher:

M×V  = P×T

Dove M è la quantità di moneta, V è la velocità di circolazione (numero di volte in cui la stessa moneta viene scambiata nell’unità di tempo considerata, generalmente in un anno), P è il livello generale dei prezzi (la cui variazione si chiama inflazione) e infine T è il numero di transazioni (scambi). Assumendo per semplicità espositiva che l'economia produca un solo tipo di bene, possiamo sostituire T con Q (numero dei singoli beni scambiati), ottenendo:

M×V  = P×Q

Il problema è che questa equazione è un'identità contabile, vera per definizione, in effetti essa afferma semplicemente che la spesa totale in termini monetari (M×V) è uguale al valore monetario dei beni scambiati (P×Q).
Nonostante Friedman ci provi a forzarne un'interpretazione (spiegheremo il perché della sua tesi), l’identità nulla ci dice circa la relazione causale (“causa-effetto”) tra quantità di moneta e livello generale dei prezzi.
Per verificare le conclusioni di Friedman dovremmo osservare negli anni le loro variazioni ed individuare un loro eventuale correlazione, cioè intendendo con essa una relazione tra le due variabili (M e P) tale che a ciascun valore della prima variabile corrisponda con una "certa regolarità" un valore della seconda (se c’è correlazione non necessariamente si ottiene un rapporto di causa-effetto, ma anche solo semplicemente si individua una dipendenza o una interdipendenza tra loro).
Osserviamo i seguenti grafici che ci illustrano, in funzione del tempo (variazioni annuali), come sono variate le variabili M e P negli USA e in Europa, cercando delle similitudini nelle loro rispettive variazioni:




Non si riesce a scorgere nessuna correlazione tra M e P.
(Vedremo, tuttavia, che tale correlazione esiste nel lungo periodo, con variazioni medie decennali, ma in modo meno banale e soprattutto con una catena causale opposta a quella presunta dalla TQM).
Se l’identità di Fisher è sempre vera e non c’è correlazione (nelle variazioni annuali) tra le variabili M e P, la logica suggerisce che la capacità produttiva Q e la velocità V, e non l’offerta di moneta M, hanno un maggiore impatto sui prezzi.
Proviamo a questo punto a mettere in relazione i prezzi con le grandezze caratterizzanti l’aspetto produttivo di un’economia.
Definiamo pertanto W come la somma di tutti i salari dei lavoratori e U quella di tutti i profitti, possiamo scrivere, a partire dalla definizione di PIL e dopo qualche passaggio matematico, che il livello generale dei prezzi P è:

P  = W/Q + U/Q

Dove W/Q è il famoso costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) e U/Q è il profitto per unità di prodotto.
Considerando che le imprese cercheranno  di mantenere il più  possibile stabile il profitto unitario di fronte all'aumento dei costi, dovremmo vedere che le variazioni del costo del lavoro per unità di prodotto e le variazioni dei prezzi seguono un andamento simile anche nel breve periodo.

Costo del lavoro per unità di prodotto [blu] – Inflazione [rosso], Italia. Dati Istat, grafico di Sebastiano Marino


Unit Labor Cost [blu], Inflazione [rosso], Stati Uniti

Si può osservare una correlazione positiva evidente tra CLUP (o ULC) e inflazione, dunque la variazione dei costi di produzione può essere considerata, con una certa confidenza, una delle cause della variazione dell’inflazione.
Nel ciclo industriale si evidenzia un’ulteriore fase che è quella nella quale le imprese, per poter finanziare gli investimenti relativi all’incremento della propria capacità industriale, richiedono prestiti a banche private (o, in misura decisamente minore, accedono a finanziamenti pubblici), contribuendo a formare quella che normalmente viene identificata come domanda di moneta.
La domanda di moneta, sensibile al tasso d'interesse, diminuirà o aumenterà in funzione di questo, dando quindi una certa efficacia alle politiche monetarie. A questo punto la banca centrale stamperà quanto effettivamente necessario a rispondere alla domanda di moneta legale, che sarà una frazione della moneta totale.

Secondo la teoria della moneta endogena la Banca Centrale (BC) non è in grado di controllare la quantità di moneta in circolazione, al contrario di quanto sostiene la TQM, e tuttavia la BC deve essere sempre pronta a fornire liquidità in moneta legale necessaria, pena l’insolvenza del sistema finanziario.
In ogni momento però è il rapporto tra le banche private e chi richiede prestiti a determinare la quantità di moneta nel sistema economico.

Possiamo affermare, con un buon grado di confidenza, che sono i prestiti a creare i depositi e i depositi creano le riserve in moneta legale (rivedi il post su TARGET2).
L’influenza della BC sull’economia si realizza fissando il tasso di interesse, al quale essa deve poi armonizzare la richiesta di moneta legale da parte del sistema economico.
Vediamo come si relazionano i prestiti bancari e l’aggregato monetario (massa monetaria).



Il grafico mostra come la variazione massa monetaria in circolazione sia una risposta successiva e concorde, in ordine temporale, alla richiesta di prestiti da parte del settore privato.
Gli andamenti sono molti simili e ravvicinati a parte l’anomalia tra il 2001 e il 2003 che è spiegata dalla BCE come un’elevata preferenza per le attività liquide da parte degli operatori (che comunque è anch’essa un fenomeno riguardante la domanda e non l’offerta della moneta).

Possiamo ora quindi avanzare l’ipotesi opposta a quella della TQM: la massa monetaria non dipende dall’offerta di moneta “esogena”, sotto il controllo della banca centrale, ma dalla domanda “endogena” di moneta da parte dell’economia e dalla “propensione al prestito” (o meglio propensione al rischio) delle banche.
Se così è, allora un’eventuale crescita dell’offerta di moneta da parte delle banche centrali (base monetaria) che vada oltre la domanda da parte dell’economia, ad esempio attraverso i cosiddetti “Quantitative Easing” (QE: l’acquisto di grandi quantità di titoli da parte delle BC in cambio di nuovo denaro), non causa né un sensibile aumento della quantità complessiva di moneta né un corrispettivo aumento dell’inflazione.

Tornando all’identità M×V=P×Q abbiamo quindi affermato che il livello dei prezzi P (insieme alla crescita del “PIL reale” cioè Q) guida la quantità di moneta M.
Tuttavia riusciamo ancora a trovare una relazione tra le due grandezze, ma solo nel medio-lungo periodo, vale a dire quando gli effetti cumulati delle variazioni dei prezzi, insieme alle variazioni di Q e alle oscillazioni di V (velocità degli scambi), si ripercuoteranno sulla domanda di moneta e di conseguenza sulle masse monetarie.
Difatti, se costruiamo il grafico sulle variazioni delle due variabili misurate sul lungo periodo (10 anni), ritroveremo (approssimativamente) la correlazione perduta ma, come abbiamo visto, con nessi causali invertiti rispetto alla TQM, cioè non è l’incremento di massa monetaria a generare inflazione ma sono l’inflazione e la crescita ad innalzare la quantità di massa monetaria circolante secondo dinamiche (endogene) di domanda e offerta.



Ricapitoliamo i nessi di causalità tra inflazione e moneta:
1)      Se c’è crescente domanda di beni, l’offerta risponde incrementando la capacità produttiva.
2)    L’incremento di capacità produttiva causa un aumento di richiesta di capitale privato e un incremento dei costi dei fattori produttivi.
3)      Per lasciare inalterati o incrementare i profitti le imprese alzano i prezzi generando inflazione.
4)      L’aumento dei prestiti aumenta la quantità di moneta M e crea i depositi secondo la regola del divisore.
5)   L’aumento di M rende necessario l’aumento della moneta legale emessa dalle BC (riserve + moneta cartacea) che sarà a sua volta una frazione della intera quantità di moneta del sistema.


Qualche amara riflessione
Se è vero, come afferma anche la BoE (Bank of England), quanto detto in questo post, perché Milton Friedman ha interpretato l’identità di Fisher in termini completamente monetaristici e privi di riscontro empirico?

E soprattutto perché l’articolo 3 – paragrafo 3 del TUE (trattato di Maastricht) oltre alla forte competitività tra Stati impone la stabilità dei prezzi (bassa inflazione) come obiettivo?

La risposta, cari amici, è sempre quella, il capitale vince, tutti perdono.

Ragioniamo su questi punti secondo banale logica:
1)      Milton Friedman ha dato degli strumenti tecnici, anche se poco scientifici, ai detentori di forti capitali. Era al loro servizio.
2)      L’obiettivo dei capitalisti è quello di favorire la mobilità del capitale in spazio, qualità e quantità.
3)    Un’inflazione bassa garantisce il rientro dei capitali prestati allo stesso valore all’epoca dell’erogazione del prestito.
4)  Gli Stati con Costituzione democratica, moneta sovrana e BC dipendente dal Tesoro sono un freno alla libera circolazione di capitale poiché hanno facoltà di rispondere autonomamente alla richiesta endogena di capitale, nella logica capitalista vanno limitati o, ancora meglio, disattivati.
5)      Si professa la teoria (TQM) per cui la creazione di moneta è esogena ed il suo “abuso”in emissione crea inflazione, spauracchio dei capitalisti che, dopo pushing mediatico sfrenato, assurge a male assoluto anche per i lavoratori debitori a cui invece una inflazione moderata farebbe anche bene. Quindi si impone la “stabilità dei prezzi”.
6)    Si innesta artificiosamente il concetto che le banche centrali devono essere indipendenti, cioè slegate dalle necessità di uno Stato sovrano. Divorzio BC dal Tesoro.
7)     Adesione ad una Unione tra Stati con fondamentali economici diversi e in forte competizione per “Statuto” (TUE).
8)      Assoggettamento ai vincoli imposti dall’Ente sovranazionale.
9)      Adesione a una Unione Monetaria con perdita totale di sovranità monetaria.
10)   Perdita totale delle leve di politica economica.
11)   Mercato in balìa del capitale, ormai libero, che agisce indisturbato, secondo la ratio della massimizzazione dei profitti e delle rendite finanziarie, privo di qualsiasi vincolo.
12) Tutto diventa merce, soprattutto il fattore lavoro e quindi, si deve “riformarlo” per renderlo ancora  più fruibile dal mercato, riforme Hartz (Germania), riforma Fornero, Jobs Act di Renzi.
13)   La Costituzione diventa carta straccia.

Infine, con l'obiettivo di una paventata migliore stabilità uno Stato Sovrano e Democratico aderisce alla UE, e  invece si scopre che il Trattato di Maastricht porta il seme della sua disgregazione (art. 3 par.3 TUE).

BISOGNA riscrivere la storia almeno dal punto 6………….. altro che Tspiras, referendum su €, e surrogati vari.



Fonti
Inflazione e Moneta Endogena - www.keynesblog.com
A Non-Monetary Explanation for Inflaction - Matt Busigin

venerdì 28 marzo 2014

LIBERISMO E COSTITUZIONI DEMOCRATICHE: CONFLITTO FINALE

Pubblico un meraviglioso e terribile post di Luciano Barra Caracciolo dal suo blog Orizzonte 48 in merito al conflitto finale tra ordoliberismo e Costituzioni democratiche. Uno scenario lugubre in cui, tuttavia, il lumicino della speranza resta ancora acceso.
Qui c'è in gioco l'assetto sociale prossimo futuro.
 "Captive demand", dove tutto è merce e consumo, o Stato democratico?
Ritengo doverosa, fondamentale e vitale la comprensione dei concetti espressi da Barra Caracciolo, solo attraverso la loro assimilazione si comprende il reale stato della democrazia in Italia e l'impervio cammino verso il capitalismo sfrenato intrapreso con il recepimento dei Trattati europei, veri cavalli di Troia degli ordinamenti democratici sanciti dalle Costituzioni post II guerra mondiale.
Da qui la semplice riflessione che l'€ non è stato altro che lo strumento principe utilizzato per il loro scardinamento.
Anche se per qualcuno può risultare di difficile comprensione o di lunga esposizione, vi invito a tenere duro fino alla fine, abbiate il coraggio di conoscere.



Per meglio comprendere l'argomento di questo post dobbiamo riallacciarci ai discorsi già svolti, in particolare, in questi due post :


Da tali post traiamo gli snodi essenziali per costruire uno schema operativo su cui fondare un'esatta rivendicazione della legalità costituzionale violata dai trattati europei e dalle loro molteplici applicazioni.
  Le Costituzioni nascenti dal potere costituente popolare si connettono al verificarsi di eventi straordinari segnati dalla drammatica rottura coi precedenti assetti di potere e dalla nascita di ordinamenti politici nuovi, antagonisti di quelli sconfitti .
In un quadro analogo di straordinarietà si colloca il potere costituente che ha dato vita al nuovo assetto costituzionale italiano del 1948...La Costituzione italiana del 1948 è dunque anch'essa manifestazione di un potere costituente che emerse da eventi straordinari e drammatici, consumati in conseguenza della costante violazione dello Statuto albertino da parte di chi doveva esserne il custode.

Tuttavia, se la caduta del fascismo è "l'occasione"di instaurazione del nuovo potere costituente democratico, occorre una seria cultura storico-giuridica per comprendere quale fosse, in base al chiaro tenore dei lavori della Costituente, il modello antagonista effettivamente "sconfitto", individuabile come causa prima dello stesso avvento del fascismo.
Questa indagine a ritroso rende ben chiare le ragioni per cui, come garanzie essenziali di preservazione della democrazia dal modello antagonista sconfitto, si misero al centro i diritti fondamentali di tipo "sociale" (cioè quelli che compongono il welfare), costruendo come inderogabile una forma di democrazia che previene e neutralizza i pericoli di ritorno del regime sconfitto e condannato dalla Storia.
Si dà così vita ad una democrazia di valori dinamici che viene fondata sull'obbligo di attivazione delle istituzioni di "governo", per rendere effettivi i diritti stessi. Questo modo di essere - non meramente procedurale-elettivo- viene indicato, da Mortati stesso, come "forma necessitata" della democrazia contemporanea: ciò in quanto, affermatosi un concetto di democrazia rappresentativa degli interessi equiordinati di tutti i cittadini senza distinzione di classe sociale (sesso e credo religioso), la democrazia o "vive" in questo obbligo di attivazione, e quindi nella realtà di politiche pubbliche rispondenti ai diritti fondamentali (di cui il lavoro, serve forse ripeterlo, è il primo) o "non è".

Il liberismo, a sua volta è, per definizione, uno schema diametralmente opposto alla democrazia "necessitata" accolta dalla nostra Costituzione.
Se non altro perché esso afferma, esattamente come i trattati UE, la proposizione astratta della "forte" concorrenza come modalità centrale della realtà socio-economica, postulando un'esigenza assoluta di astensione dello Stato da ogni interferenza (non indispensabile) su tale modalità. Abbiamo visto come, in realtà, la "concorrenza perfetta", sul lato dell'offerta, non sia affatto predicata nè dai teorici del neo-liberismo (scuola austriaca, in primis), nè dai trattati.
Si accoglie, piuttosto, un'idea di concorrenza "fisiologicamente imperfetta" - non a caso chiamata nel diritto antitrust a matrice anglosassone "workable competition"-  che opererebbe, rispetto alla platea dei "produttori" privati (oligopolisti), in modo da non compromettere l'innovazione tecnologica, il rafforzamento finanziario e la preservazione di un certo "potere di mercato"... Il puro agire della domanda e della offerta, al di fuori cioè di situazioni di vischiosità strutturale e di rendita, viene dallo stesso liberismo accettato come residuale.
Ma a quale "residuo" la legge della domanda e dell'offerta viene dunque considerata incondizionatamente applicabile? Al mercato del "lavoro", tanto che tutta la teoria macroeconomica neo-classica, si incentra sulla teorizzazione del lavoro come "merce".

Se questa è l'essenza del (neo)liberismo, confermata nei trattati dall'art.3, par.3 TUE, inteso nelle sue priorità proiettate su tutte le altre norme europee, è agevole rilevare che esso risulta inconciliabilmente in contrasto con le Costituzioni democratiche, interventiste, pluriclasse e incentrate sulla tutela integrale del lavoro. Non volte, quindi, come i trattati, all'ambigua "piena occupazione" neo-classica, intesa come qualsiasi livello di impiego raggiungibile in situazione di pienezza della legge della domanda e dell'offerta sul mercato del lavoro, nonchè di stabile riduzione delle aspettative di inflazione.

 Le conseguenze pratiche del riaffermarsi, per via del "vincolo europeo", del liberismo, o capitalismo "sfrenato", (secondo Popper), fondato sul lavoro-merce e sulla deflazione, sono ben tangibili e immediate, in termini di sopravvenuta irrealizzabilità del dettato costituzionale (de facto), in quanto incentrato sul principio lavorista della piena occupazione in senso proprio.
Tale irrealizzabilità si verifica senza passare per le procedure di revisione costituzionale, che, tra l'altro, in materia neppure potrebbero essere utilizzate, trattandosi di incidere su principi fondamentali inderogabili, riconducibili in via sistematica (e per la stessa Corte costituzionale) all'art.139 Cost.
Tuttavia, una volta prevalente, in via di colpo di forza politico (sovranazionale), la volontà di riaffermare il modello liberista, tramite una disapplicazione progressiva ed inesorabile dei principi intangibili della Carta democratica, imponendosi ai parlamenti di rilegiferare (reiteramente) il lavoro come merce, ciò implica inevitabilmente il transito verso un sistema diverso da quello costituzionale, in modo extraordinem.
Quando, invece, si pone mano ad operazioni di revisione della Costituzione (art.138 Cost.), esse traggono origine da una investitura che nella stessa affonda le sue radici - e se al potere di revisione sono posti limiti e confini che chi si appresta alla revisione ha il dovere di rispettare, non si è in presenza di potere costituente, bensì di potere costituito.
Per come è previsto dall'art.138, il potere di revisione appare chiaramente preordinato a modifiche puntuali che lascino intatto l'impianto complessivo.  Un procedimento di revisione diverso da quello previsto, e per raggiungere risultati eccedenti quelli consentiti dalla sua stessa natura, non potrebbe considerarsi praeter Constitutionem, bensì contra Constitutionem,
Se poi  i mutamenti, che vengono apportati, sono tanto radicali da farne risentire anche le parti non espressamente modificate, ne discendono in prospettiva squilibri ad antinomie che portano all'indebolimento dell'insieme, così esponendolo al sempre più frequente rischio di manomissioni. E poi come si risolveranno i contrasti tra la prima e la seconda parte della Costituzione, che già si vanno profilando come conseguenza delle modifiche proposte?

Se volessimo prendere a prestito gli istituti del diritto privato, useremmo la formula del "procedimento in frode alla legge", consistente nel porre in essere atti che, se considerati separatamente, appaiono in sè validi, ma che producono nella loro sinergia un risultato che eccede o capovolge la premessa.

Lo stesso meccanismo "in frode alla legge" (costituzionale suprema) può però ben descrivere il già esaminato processo di affermazione, per via di atti applicativi del diritto europeo, del neo-liberismo contro i limiti invalicabili posti alla stessa revisione costituzionale: i singoli atti di recepimento in sè non integrano neppure delle revisioni costituzionali ad es; in tema di banca centrale, di sistematica riduzione dell'intervento pubblico, di continue riforme del lavoro e del sistema pensionistico.
Le singole "riforme in nome dell'Europa", si limitano semmai a violare singoli parametri costituzionali, i quali, tuttavia, rimangono intatti; artt. 4, 36, 38, 41, 43, 47 Cost. Ma la sinergia di tali atti è tale che, progressivamente, si stabilizza un risultato, avuto di mira fin dall'inizio - cioè insito nel trattato-, che rende inoperativa la Costituzione ben oltre gli stessi limiti imposti alla revisione costituzionale.
In ogni caso, una situazione di rottura della legittimità costituzionale potrebbe, in astratto, verificarsi solo se si manifestasse un Potere costituente (cioè ascrivibile al popolo nella sua unità identificativa della sovranità), che assumesse esplicitamente questo modello in base all'univoco consenso dello stesso popolo sovrano. Diversamente si tratterebbe di un atto eversivo.

Non a caso Carli, nel definire l'appropriazione (extra-legem) della pretesa indipendenza della banca centrale dal governo-parlamento, parlò, a suo tempo, di atto "sedizioso".
Sono gli stessi epigoni attuali del liberismo internazionalista della finanza globalizzata a porre, dalla loro angolazione, il problema in questi termini.
Cioè gli stessi neo-liberisti, abbandonando ormai ogni velatura alla loro autoaffermazione autoritaria, pongono il problema strategicamente.

Essi, oggi più che mai, cercano dunque una soluzione istituzionalizzata "finale" per il nuovo assetto di potere che hanno consolidato de facto e extraordinem:  come teorizzato negli studi "privati", dopo aver camuffato i loro obiettivi - tra altri concetti mimetici o "cosmetici"-, nei trattati UE, ed aver utilizzato questi ultimi come grimaldelli contro le Costituzioni, mirano a ratificare in "nuove" costituzioni l'assetto di forza  realizzato per renderlo irreversibile.
Ed è proprio questo risultato finale di irreversibilità che bisogno impedire se si vuole difendere la sostanza della democrazia "rimasta" e sperare nella sua rinascita.



sabato 22 marzo 2014

TARGET 2 : il segreto dell'€

(Prendo spunto dall'ottimo post di Zibordi su Cobraf.com, una spiegazione completa e comprensibile del funzionamento del sistema di pagamenti interbancari dell’eurozona, detto TARGET2 (Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System). Si chiama TARGET2 perché preceduto da un TARGET1 (chiamato TARGET) che venne superato nel 2007.)




Quando gli italiani o spagnoli, fino al 2011, erano in deficit con l'estero, in pratica è successo che quando compravano auto giapponesi, coreane o tedesche, i pagamenti (come saldo netto...) li effettuavano in realtà con soldi prestati AUTOMATICAMENTE dalla Bundesbank. 

Per la precisione questo è successo dal 2008 al 2011 (quando con la crisi di Lehman dall'estero hanno smesso di comprare sempre più BTP, per cui il deficit estero non veniva più finanziato dal mercato). Essendo l'Italia e la Spagna in deficit CON L'ESTERO e non attirando più capitali che compravano BTP, il sistema bancario doveva procurarsi allora "riserve" dalla Banca Centrale per poter effettuare tutti i normali pagamenti. Ma questa non era più la Banca d'Italia! 

Di conseguenza, dal 2008 al 2011 le banche italiane e spagnole dovevano farsi prestare i soldi dalla BCE, la quale a sua volta doveva rivolgersi alla Bundesbank, CHE PERO' NON POTEVA RIFIUTARSI , pena la paralisi del sistema bancario europeo, il panico e la fine immediata dell'euro . 

Questo è il motivo per cui hanno spinto per l'austerità, questo è il segreto dell'euro che nessuno sembra capire, questo è il motivo per cui i tedeschi ci impongono l'austerità a tutti i costi, che siano di destra o di sinistra e continueranno per i prossimi dieci anni, è il meccanismo finanziario che lo impone . I tedeschi però lo capiscono (anche se cercano di non dirlo), gli italiani no. I tedeschi sono ossessionati da Target2, ad esempio il consigliere della Merkel, il prof Hans Werner Sinn ha riempito Youtube con video in cui denunciava il pericolo per la Germania creato dopo il 2008 da Target2

Guardare per favore solo il grafico (tratto da questo bellissimo report appena uscito della Federal Reserve di New York) sul meccanismo di pagamento interbancario europeo, chiamato "Target2" che mostra che dal 2008 al 2011 il saldo è salito da circa zero a circa 1,000 miliardi di euro. E il diagramma esplicativo che appare prima.





Chi fosse in grado di leggere l’inglese (e a volte ho l’impressione che siamo in pochi, nonostante sia insegnato ora dalle elementari), ricava da questo report (o qualunque altro delle dozzine di analisi uscite sul meccanismo di pagamenti interbancario dell’eurozona (chiamato “Target2″), che i paesi in surplus con l’estero hanno prestato 1,000 miliardi ai paesi in deficit con l’estero (nell’eurozona). In tre anni Germania, Olanda, Lussemburgo hanno prestato 1,000 miliardi di euro, tramite la loro banca centrale, ad esempio appunto la Bundesbank, ai paesi del sud-europa, tramite la BCE che gira le riserve bancarie tedesche alle banche italiane. (Ci sono anche report in italiano, anche di Banca d’Italia vedi qui, solo che sono scritti in modo tale che è più difficile capire, quello della FED è più chiaro e sintetico. Suggerisco anche il video messo su Youtube dalla BCE che ripete dall’inizio alla fine che è un sistema PER EFFETTUARE PAGAMENTI IN MONETA DELLA BANCA CENTRALE, CIOE “RISERVE” e ogni settimana scambia un ammontare pari al PIL dell’Europa).

Credo superi le facoltà intellettuali di Pigreco capire i dati e i diagrammi, per cui lo aiuto. Perché mai, all'interno del meccanismo di pagamenti tra banche centrali nell'€zona (denominato Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System , di colpo, dal 2008 al 2011, quindi in poco più di tre anni, le banche centrali di Olanda, Germania e Lussemburgo si ritrovavano creditrici di 1,000 miliardi verso le banche centrali di Spagna, Portogallo, Grecia, Italia (e qualche altro paese piccolo) due anni fa ?

Perché ANCHE QUANDO SI COMPRANO (ad esempio) AUTO GIAPPONESI O COREANE, SE COME SALDO ENTRANO MENO SOLDI DI QUANTI NE ESCONO, LE BANCHE ITALIANE DEVONO TROVARE RISERVE e chi gliele da ? La Banca Centrale Europea. E questa a sua volta però se le fa prestare dalle banche centrali dei paesi in cui invece il saldo verso l'estero è positivo, per cui entrano ad esempio più yuan, won o yen di quanti euro escano. In sostanza anche il deficit verso il Giappone e la Cina di un paese dell'€zona in deficit estero come erano la Spagna e L'Italia nel 2011 viene AUTOMATICAMENTE FINANZIATO DAI TEDESCHI E OLANDESI

Se però fate lo sforzo di guardare di nuovo il grafico notate un crollo di 400 miliardi, da 1,000 a 600 miliardi dal 2012, da Mario Monti in poi diciamo, da quando i paesi del sud-europa hanno applicato un austerità feroce che ha fatto collassare la loro spesa, reddito e di conseguenza importazioni. Grazie all'austerità feroce imposta a noi e altri paesi in deficit estero i paesi del nord stanno riducendo velocemente la loro esposizione, che è imposta loro automaticamente dal sistema di pagamenti inter-bancario europeo (Target2). 

In altre parole, il motivo per cui dal 2011 hanno manovrato in tutti i modi per imporci l'austerità è perchè con l'euro alcuni paesi hanno surplus cronici e altri deficit cronici, a meno che non li massacri di tasse e con il crollo della produzione, del PIL e della spesa e la deflazione il loro disavanzo commerciale non si azzera . Che è quello che è avvenuto.

Il meccanismo di pagamenti dell'euro richiede cioè automaticamente che i deficit esteri vengano compensati con un indebitamento automatico delle banche centrali dei paesi in deficit verso le banche centrali dei paesi in surplus, in parole povere la Bundesbank DEVE AUTOMATICAMENTE PRESTARE A BANCA D'ITALIA perché questa possa prestare alle banche italiane. La gente (e gli esperti economici) non capiscono questo fatto perché immaginano che se si paga per un Audi si hanno i soldi in banca... In realtà i soldi in banca, quando devi effettuare pagamenti all'estero (che come saldo eccedono gli incassi dall'estero a livello di sistema bancario), NON CI SONO, I SOLDI NON CI SONO NELLE BANCHE, LI PRESTA LA BANCA CENTRALE, SOLO CHE NEL SISTEMA DELL'EURO LI PRESTA LA BUNDESBANK AUTOMATICAMENTE

E tedeschi e olandesi ovviamente non vogliono farlo, è la logica finanziaria che li spinge a chiedere (senza confessare il motivo vero) che noi facciamo l'austerità, in modo eliminare il deficit estero (inevitabile con una valuta sopravvalutata),altrimenti gli tocca finanziarlo a loro, come era successo di colpo dal 2008 al 2011 (dopo che con la crisi di Lehman il mercato aveva smesso di comprare sempre più titoli del sud-europa per cui il sistema Target2 doveva AUTOMATICAMENTE COMPENSARLI PENA IL CROLLO ISTANTANEO DELL'EURO.... Alles Klar ?)




E la versione in tedesco tratta dal sito della Bundesbank:



Quanto detto fino ad ora ridetto in altre parole:

In un normale sistema bancario, quando eseguo un acquisto per intermediazione bancaria, le due banche coinvolte si devono pagare il dovuto in riserve bancarie, la valuta della banca centrale che unica e sola permette di saldare le posizioni aperte sul mercato interbancario (la normale moneta bancaria non é utilizzabile). Il saldo della transazione (es. un bonifico) non avviene genericamente subito, ma la sera, per intermediazione della Banca Centrale Italiana. Se la banca pagante ha riserve sufficienti, tutto bene, altrimenti la Banca Centrale interviene mettendole di suo e creandole dal nulla, onde consentire il funzionamento del mercato interbancario. A scanso di equivoci, questo é un OBBLIGO. Non ottemperare implicherebbere distruggere il sistema bancario, come un motore senza olio gripperebbe all'istante.
 
Nel caso dei pagamenti fra Italia e Germania, abbiamo detto che c'è un deficit strutturale di bilancia dei pagamenti. La Banca d'Italia, che nell'€sistema ha perso il potere di creare denaro dal nulla, deve quindi rivolgersi per un prestito alla BCE, che a sua volta deve farsi prestare i soldi dalla Bundesbank e dalle altre banche centrali di paesi in surplus. La BCE tiene conto di questi movimenti di riserve, che sono VERI DEBITI fra il sistema bancario italiano e quello tedesco, nei saldi Target2 appunto. Debiti esplosi da quando la richiesta estera per i nostri BTP é crollata (e il default é stato evitato solo dai prestiti LTRO di Draghi che hanno consentito alle nostre banche italiane di comprare i titoli venduti dagli investitori esteri).
 
Notate che esattamente come la banca centrale non poteva rifiutarsi di intervenire sulle riserve nel funzionamento "normale", ora le banche tedesche sono obbligate a fornire queste riserve in prestito, pena la paralisi del sistema interbancario europeo e la fine immediata dell'euro.Ecco perché da Berlino ci chiedono l'austerità e spingono per il massacro della nostra domanda interna. Non perché credano che il problema che ha causato la crisi sia il debito pubblico dei PIIGS (che infatti non fa che aumentare nonostante la "cura"). Ma solo e unicamente perché le banche tedesche non intendono più aumentare la loro esposizione creditizia nei nostri confronti, temendo il crollo del sistema. E siccome se noi avessimo soldi in tasca questo sarebbe inevitabile, la soluzione unica é toglierci i soldi dalle tasche e distruggere il nostro potere d'acquisto, come dichiarato dallo stesso esecutore Mario Monti.

L'austerità con cui ci stiamo flagellando ha dunque un doppio effetto. Impedisce al nostro sistema bancario di indebitarsi oltre con quello estero (perché noi non compriamo più nulla e la nostra bdp é ora in attivo per questo) e consente allo stato italiano di pagare i debiti Target2accumulati con il sistema bancario tedesco (che infatti dal 2012 si sono notevolmente ridotti, come da grafico). Debiti privati fra banche che, in condizioni di deficit strutturale persistente, diventano pubblici con meccanismo AUTOMATICO. 

La crisi è di debito privato, non pubblico.

venerdì 21 marzo 2014

L’insostenibile pesantezza dei vincoli monetari e di bilancio

di Vladimiro Giacché  - Presidente del Centro Europa Ricerche - (Intervento all’incontro “Titanic Europa?”, promosso da Re:Vision, 7 marzo 2014, Roma).

(n.d.r.: Riporto l'attenta, precisa e completa analisi di Vladimiro Giacché sull'attuale situazione politico-economica dell'Italia)

Ringrazio Stefano Fassina per questa occasione di confronto che ha voluto estendere al di là dei confini del PD.
Credo che il modo migliore per contribuire a questo incontro sia offrire il proprio punto di vista alla discussione, nel modo più diretto possibile.
Credo infatti che il primo dovere nei confronti di noi stessi sia quello della chiarezza.
In primo luogo sulla gravità della situazioneIl nostro paese ha perso, dall’inizio della crisi, poco meno del 10% del prodotto interno lordo, il 25% della produzione industriale, il 30% degli investimenti. A chi paventa catastrofi nel caso di un’eventuale fine dell’euro – è stato fatto anche qui – io rispondo che al punto in cui siamo l’onere della prova va rovesciato, perché la catastrofe c’è già. La priorità non può essere rappresentata dai moniti relativi a una catastrofe eventuale, ma dal tentativo di comprendere come siamo finiti nella catastrofe attuale e cosa si debba fare per uscire dal disastro economico in cui ci troviamo.

“Catastrofe”, “disastro”: purtroppo non si tratta di iperboli. Come hanno dimostrato i ricercatori del Centro Europa Ricerche nel luglio scorso (Rapporto CER n. 2/2013), ci troviamo, molto semplicemente, nella peggiore crisi dopo l’Unità d’Italia: peggiore di quella del 1866, e peggiore di quella del 1929.
Peggiore, perché il livello di prodotto pre-crisi – che negli altri casi era già stato recuperato dopo 6 anni– in questo caso non sarà recuperato neppure in 10 anni.
Peggiore, perché gli indicatori di cui disponiamo non segnalano alcun miglioramento significativo rispetto a una situazione che è drammatica. Al contrario, per quanto riguarda in particolare la disoccupazione, essi prevedono un ulteriore peggioramento della situazione nel corso del 2014.
E peggiore anche per un altro motivo: perché la situazione attuale è caratterizzata da due elementi di rigidità che privano il nostro Paese di margini di manovra.
Il primo, come noto, è quello della moneta unica.
Il secondo è quello dei vincoli di bilancio, che hanno conosciuto un aggravamento negli ultimi tre anni anche rispetto a quanto fu previsto a Maastricht. In proposito una cosa deve essere chiara: con le modifiche intervenute nei Trattati europei dal marzo 2011 in poi, e con i successivi accordi, è stato tradito lo stesso Trattato di Maastricht. In particolare, la regola relativa alla necessità di ridurre la parte di debito che eccede il 60% del pil nella misura del 5% annuo è una regola che nel Trattato di Maastricht non c’era, e non per caso: era infatti ben chiaro ai negoziatori degli altri Paesi che l’Italia non avrebbe potuto accettare un obbligo di riduzione del debito di queste proporzioni. Questo vincolo è invece stato introdotto nel 2011, nel bel mezzo della peggiore crisi economica globale dagli anni Trenta in poi, con l’incredibile voto favorevole di gran parte del Parlamento italiano.
Questi due elementi di rigidità funzionano così.
Il primo vincolo – quello rappresentato dall’appartenenza alla moneta unica – impedisce ogni autonoma politica monetaria e ogni recupero di competitività tramite la svalutazione della moneta.
Il secondo vincolo – quello dei vincoli di bilancio – impedisce ogni politica anticiclica, per non parlare poi di una politica industriale: che, come è noto, non significa soltanto regolamentazione e direzione degli investimenti, ma anche effettuazione in prima persona da parte dello Stato degli stessi.
Osservo en passant che il modello tedesco, continuamente invocato quando si tratta di precarizzare il mercato del lavoro sul modello dell’Agenda 2010 di Schröder, viene completamente trascurato quando si parla di politiche anticicliche. E sì che con i 260 miliardi di euro sborsati dal governo tedesco per salvare le banche e gli altri 70 utilizzati per rilanciare il settore manifatturiero tra 2008 e 2009, la Germania (che in quei due anni aveva perso all’incirca la stessa quota di prodotto perduta dall’Italia) costituisce un bel caso di scuola (e di successo) in fatto di utilizzo massiccio di politiche di deficit spending in funzione anticiclica…
In ogni caso, il punto essenziale è questo: stretti tra quei vincoli, i governi non hanno alcun margine di manovra. Possono solo accettare la corsa al ribasso sui salari (ossia la svalutazione interna), che però – come si è visto in questi ultimi anni – ha l’effetto di far crollare la domanda interna, e quindi di ridurre, prima, e distruggere, poi, capacità produttiva, a evidente beneficio di produttori localizzati in altri paesi. La verità è che “di fatto, l’austerità fiscale ha collocato l’economia europea su un equilibrio di sottoccupazione” (Rapporto CER 4/2013, p. 7).
Ma non basta. Com'è noto, infatti, il vincolo di bilancio conoscerà un aggravamento a seguito dell’entrata in vigore della parte del fiscal compact cui accennavo prima, quella relativa al debito. E qui usciamo dal campo dell’economia per entrare in quello del delirio ideologico. Come ha osservato a suo tempo Wolfgang Münchau sul Financial Times, è infatti semplicemente “folle” pensare che l’Italia possa far fronte ad impegni di questo tipo in assenza di una crescita da anni del boom economico e senza dar luogo a una prolungata depressione (la quale, come già la recessione targata Monti, avrebbe oltretutto l’effetto dipeggiorare la situazione debitoria).
Quanto all’altro vincolo?
Anche il vincolo monetario si fa sempre più soffocante, a dispetto dei bassi tassi d’interesse BCE. Essenzialmente per 3 motivi:
  1. perché l’euro è sopravvalutato sul dollaro,
  2. perché allo stesso annuncio dell’OMT da parte di Draghi, dopo la sentenza di Karlsruhe, sarà molto difficile dare seguito concreto in caso di necessità (ne ha scritto molto bene Gianluigi Nocella sul blog di Re:Vision: http://re-vision.info/2014/02/in-attesa-di-condanna/ );
  3. e per un altro motivo: sul nostro paese incombe la deflazione; la quale, a differenza dell’inflazione, aumenta il valore reale del debito in essere e ne può rendere insostenibile il peso anche in tempi molto brevi.
Per questi motivi lo stesso alleggerimento della situazione registratosi in questi mesi in relazione allo spread (Bund/Btp) non deve ingannare: esso infatti è il prodotto della politica di quantitative easing della Fed da un lato, dei flussi di capitale in uscita dai fondi obbligazionari specializzati in emerging markets dall’altro. Com’è chiaro, si tratta in entrambi i casi di dinamiche che potrebbero facilmente e rapidamente mutare di segno.

Anche perché non si è affatto invertito il processo di balcanizzazione finanziaria in Europaossia la risegmentazione dei mercati finanziari e il loro ridisegnarsi secondo linee coincidenti con i confini nazionali. Si tratta del pericolo numero uno per l’euro, assieme alla crescente divergenza tra le economie dell’eurozona. Un processo caratterizzato dal rimpatrio dei crediti effettuati dalle banche tedesche e francesi nei confronti degli altri paesi dell’eurozona. Nel caso delle banche tedesche, le esposizioni nei confronti dei Paesi periferici dell’eurozona è passata in pochi anni da esposizioni per 520 miliardi di euro verso i Paesi periferici dell’eurozona a esposizioni pari a 214 miliardi (dato di novembre 2013).
La ratio dell’Unione Bancaria, la vera posta in gioco con la sua costruzione, consiste nella possibilità di invertire questo processo.
Ma purtroppo anche in questo caso le regole sono:
  1. insufficienti: non è previsto un fondo interbancario di garanzia europeo, e le banche che avessero bisogno di essere salvate potrebbero contare soltanto su risorse pubbliche del Paese di appartenenza (o, cosa equivalente dal punto di vista del debito pubblico, di risorse prestate dall’ESM agli Stati e da questi alle banche);
  2. asimmetriche: consentono di esentare dalla stessa vigilanza a livello europeo un numero particolarmente elevato di banche tedesche, a motivo della bassa concentrazione del settore bancario di quel Paese. Schäuble ha infatti ottenuto che siano sorvegliate dalla BCE soltanto le banche che abbiano assets dai 30 mld in su, e questo riduce ad appena 24 le banche tedesche che la BCE potrà sorvegliare direttamente);
  3. incapaci di ridurre in termini ragionevoli i fattori di rischio sistemico: come sappiamo Northern Rock non era una banca di grandissime dimensioni, e ciò nondimeno il suo fallimento ha avuto effetti sistemici. La non inclusione di troppe banche regionali, quali le Landesbanken e tutte le Sparkassen tedesche tranne una (quella di Amburgo) – pur avendo queste ultime, prese insieme, oltre 1.000 miliardi di euro di attivi – lascia non presidiato un importante fattore di rischio sistemico.
  4. ingiuste: il meccanismo di risoluzione bancaria mette sullo stesso piano le banche che sono già state salvate a spese dei bilanci pubblici dei paesi di appartenenza e banche che non hanno ricevuto un euro in aiuti di Stato. Si tratta in tutta evidenza di un criterio che danneggia il nostro Paese. Per chiarire questo aspetto consentitemi di aprire una parentesi: le cifre impegnate o erogate dagli Stati europei a favore delle rispettive banche a partire dal 2008 sono cifre senza precedenti.

    Le ho riportate nel grafico che segue:

Come è facile vedere, la più importante eccezione ai fiumi di denaro pubblico che si sono riversati sulle banche europee durante la prima fase della Grande Recessione è rappresentata proprio dal nostro Paese, che quindi rischia di venire penalizzato due volte: la prima volta, da aiuti pubblici altrui che hanno causato una sostanziale alterazione della concorrenza nel sistema finanziario europeo durante la prima fase della crisi (2008-2009); la seconda, da regole che, in caso di nuove crisi bancarie, non fanno alcuna differenza tra banche che hanno già ricevuto massicci aiuti di Stato e banche che non li hanno ottenuti.

Ci sono quindi ottimi motivi per ritenere che l’Unione Bancaria – almeno nella sua configurazione attuale – non possa costituire una diga efficace alla balcanizzazione finanziaria.
Con quello che ne consegue anche per quanto riguarda le prospettive di sostenibilità del nostro debito pubblico.
Varrà la pena di ricordare, a questo punto, che c’è chi pensa che il nostro debito sia già insostenibile. In una ricerca recente di Macquarie Equities Research, ad esempio, si legge quanto segue:
Italia, Portogallo, Irlanda e Spagna sono tutte nazioni per cui si prevedono livelli crescenti di debito in percentuale del pil. Questo è chiaramente insostenibile ed evidenzia che le sfide con cui la regione deve fare i conti sono state in fondo affrontate in misura limitata” (European Banks. “Back to life, back to reality”, 7 gennaio 2014, p. 51).
Anche C.M. Reinhart e K.S. Rogoff ritengono che in base all’esperienza storica l’ottimismo dei governanti europei circa la possibilità di uscire dal debito senza una sua ristrutturazione sia ingiustificato:
In Europa, dove la crisi finanziaria si è trasformata in diversi paesi in crisi del debito sovrano, la fase attuale di negazione del problema è contrassegnata da un approccio della politica ufficiale basato sull’assunto che la crescita normale possa riprendere per mezzo di un mix di austerity, riscadenzamenti parziali del debito (forbearance) e crescita. Si pretende che i paesi avanzati non abbiano bisogno di utilizzare gli strumenti standard adoperati dai mercati emergenti, che comprendono ristrutturazioni del debito, inflazione elevata, controlli dei capitali e notevole repressione finanziaria… Questo modo di vedere le cose è in contrasto con i precedenti storici. In gran parte delle economie sviluppate, ristrutturazioni o conversioni del debito, repressione finanziaria, e fiammate inflazionistiche sono state parte integrante della soluzione data a situazioni di notevole eccesso di debito”.
La loro conclusione: “il finale di partita della crisi finanziaria globale probabilmente richiederà una qualche combinazione di repressione finanziaria (una tassa occulta sui risparmiatori), vera e propria ristrutturazione del debito pubblico e privato, conversioni, inflazione molto più elevata, e svariate misure di controllo dei capitali nell’ambito della regolamentazione macroprudenziale” (C.M. Reinhart e K.S. Rogoff, Financial and Sovereign Debt Crises: Some Lessons Learned and Those Forgotten, IMF Working Paper, dicembre 2013, pp. 3-4).
Se riflettiamo su queste parole, possiamo intendere come molti dibattiti italiani su questi temi siano fuori centro e fuori tempo.
Si invoca lo spettro dell’inflazione (che riduce il valore reale del debito) quando invece siamo prossimi alla deflazione (che lo aumenta).
Oppure si invoca lo spettro della svalutazione della moneta quando, semmai, il vero problema oggi è la svalutazione interna: perché stiamo già svalutando, e pesantemente, i salari (la qual cosa, sia detto di passaggio, è precisamente quello che ci viene chiesto quando si parla di “riforme strutturali”).
L’errore, qui, è quello di pensare con le categorie e con le priorità degli anni Settanta e Ottanta in uno scenario completamente cambiato, i cui elementi di pericolo sono completamente differenti.
Qualche parola per concludere. Io credo che le due rigidità di cui ho detto sopra (rigidità delle politiche di bilancio e rigidità del cambio) siano difficilmente sostenibili di per sé.
E, soprattutto, che siano insostenibili contemporaneamente.
La conseguenza è molto semplice: o salterà l’una, o salterà l’altra.
O sapremo conquistarci maggiori margini di manovra effettivi sui conti pubblici, e al tempo stesso imporre anche alla Germania la politica espansiva in termini di domanda interna che sinora si è rifiutata di attuare (senza la quale ogni espansione della nostra domanda interna riproporrebbe una situazione di squilibrio della bilancia commerciale), o coopereremo noi stessi, nostro malgrado, all’implosione incontrollata e disordinata dell’eurozona. Ma, prima ancora, alla distruzione della nostra capacità produttiva e della nostra economia.
L’unico modo per conquistare quei margini di manovra è porre radicalmente in discussione gli ultimi Trattati e accordi europei: quelli dal marzo 2011, ossia dal Trattato Europlus in poi. Non ci sono altre vie.
Non credo, in particolare, che sarebbe una strada praticabile né utile quella di un approfondimento del processo di integrazione europeo.
Penso, al contrario, che se non si interviene prima sull’impianto neoliberistico/mercantilistico che impronta di sé i Trattati dall’Atto Unico Europeo dal 1986 in poi – e che fa sì che la competizione tra paesi in Europa sia necessariamente tutta giocata sulla concorrenza al ribasso sulla protezione del lavoro e sulla fiscalità per le imprese – ogni ulteriore passo avanti verso l’integrazione politica rischierà inevitabilmente di rappresentare la blindatura istituzionale, tendenzialmente autoritaria, di un assetto sociale ingiusto e insostenibile.
Una citazione per finire:
Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna.”
Sono parole tratte dal discorso parlamentare con il quale Luigi Spaventa motivò il voto contrario del PCI all’ipotesi di adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo. Era il 12 dicembre 1978. Il rischio che Spaventa lucidamente aveva individuato si è concretizzato: le sue parole, purtroppo, descrivono alla perfezione la situazione attuale dell’Europa.
È questa la catastrofe in cui già siamo e da cui dobbiamo uscire.